Elsa Franco Al-Ghaslan: Olden Days In Saudi Arabia (Italian Translation)

photocreditarabnews‘Olden Days’ In Saudi Arabia
By Elsa Franco Al-Ghaslan
Arab News
5 April 2013

I remember my first day in Saudi Arabia as if it happened yesterday. My Saudi husband, Saud, and I arrived in Dammam — in the middle of the night — straight from our honeymoon in my country. It was winter time, so I was wearing a coat, stockings and gloves. My husband had previously told me that women here cover their heads, therefore I had tied a lovely silk scarf around mine, just before getting out of the plane.

The plane landed and passengers started to proceed through the exit. It was almost my turn. I was excited, I wanted to see everything right away. It was dark outside. There were only the airport lights which blinded me the minute I stepped out of the plane. I started to descend the steps. The heat was unbearable, the hot humid air was like a steam bath. With my coat, stockings, gloves and scarf I felt I was walking into a huge oven. We entered the airport building, a plain crowded room. It was nothing to compare with the beautiful airports which were built years later throughout the country. I looked around and all I could see was a mass of white, walking clothes. What a strange sight this was for me! There were men everywhere and all of them were wearing the traditional Saudi dress, the “thobe,” a long white ankle length garment and the “ghotra,” a large white headdress. The men walked in all directions around me. I felt lost in a strange world where I must have looked like a freak. I walked as if in a dream. I kept close to Saud, I was afraid he might disappear, swallowed up by the white crowd. He was one of the few men wearing Western clothes. I did not know it at the time, but this was the last time I would see him in pants and a shirt. From now on he would only ever wear a thobe and a ghotra or a “shmagh” (a checkered red and white head cover).

I walked straight ahead. I was feeling a little scared and intimidated. I was holding my beauty case when I suddenly felt someone snatch it from my hand. I froze in astonishment and fear. I whispered to Saud, “Someone took my beauty case!” I honestly thought it had been stolen. What a surprise I had when my husband simply answered, “Oh, it’s my brother!” I didn’t understand right away, and asked myself, “What does he mean, his brother? I have neither seen nor talked to anybody. I haven’t been introduced to anyone.” This was my first encounter with the Saudi way of handling any relationship between a man and a woman. No greetings were exchanged, no words were spoken, not even a glance because we were in a public place. I tried to hide my bewilderment and I must confess, my embarrassment. Right away, I found myself so different, so ignorant about the traditional ways. I was a true fish out of water. Soon after did I realize that I was also something like a zoo animal in display when conservative women (relatives and neighbors) started coming to see, visit, observe me as a strange never-seen-before “object” of curiosity. In those days a Western woman in a Saudi household was as rare as a black pearl.

elsafranco.algh@yahoo.com

Photo Credit: Arab News

_____ BEGIN ITALIAN TRANSLATION_____

“I Tempi Andati” In Arabia Saudita
Di Elsa Franco Al-Ghaslan
Arab News
5 Aprile 2013
Traduzione Italiana di A.P.

Mi ricordo il mio primo giorno in Arabia Saudita come fosse ieri. Io e il mio marito saudita, Saud, siamo arrivati a Dammam nel pieno della notte, direttamente dalla nostra luna di miele nel mio paese. Era inverno, perciò indossavo cappotto, calze e guanti. Mio marito mi aveva preavvertita che le le donne qui si coprono la testa, perciò mi ero avvolta la testa in una sciarpa di seta carina giusto prima di scendere dall’aereo.

L’aereo è atterrato e i passeggeri hanno iniziato ad avviarsi verso l’uscita. Era quasi il mio turno. Ero eccitata, volevo vedere tutto subito. Fuori era buio. C’erano solo le luci dell’aeroporto, che mi hanno accecata nel momento in cui ho messo piede fuori dall’aereo. Ho iniziato a scendere dalla scaletta. Il caldo era insopportabile, l’aria calda umida era come un bagno di vapore. Con il cappotto, le calze, i guanti e la sciarpa mi sentivo come se stessi camminando dentro un grande forno. Siamo entrati nell’edificio dell’aeroporto, una stanza semplice affollata. Non era niente al confronto con i begli aeroporti che sarebbero stati costruiti in tutto il paese negli anni successivi. Mi sono guardata attorno e tutto ciò che ho visto era una massa di vestiti bianchi che camminavano. Che cosa strana da vedere per me! C’erano uomini dappertutto e tutti indossavano il vestito tradizionale saudita, il “thobe”, un capo di abbigliamento bianco e lungo fino alla caviglia, e il “ghotra”, un grande copricapo bianco. Gli uomini camminavano intorno a me in tutte le direzioni. Mi sentivo persa in uno strano mondo nel quale io dovevo aver l’aria di una persona bizzarra. Camminavo come in un sogno. Mi tenevo vicina a Saud, avevo paura che potesse scomparire, inghiottito dalla folla bianca. Lui era uno dei pochi uomini vestiti all’occidentale. Allora non lo sapevo, ma quella è stata l’ultima volta in cui l’ho visto in pantaloni e camicia. Da quel momento in poi avrebbe indossato solo thobe e ghotra, oppure uno “shmagh” (un copricapo a quadretti rossi e bianchi).

Continuavo a camminare. Mi sentivo un po’ impaurita e intimidita. Tenevo il mio beauty case, quando all’improvviso ho sentito che qualcuno me lo ha strappato di mano. Lo stupore e la paura mi hanno raggelata. Ho sussurrato a Saud, “Qualcuno ha preso il mio beauty case!”. Francamente pensavo fosse stato rubato. Che sorpresa ho avuto quando mio marito mi ha risposto con semplicità “Oh, è mio fratello!”. Non ho capito subito, e mi sono chiesta: “Cosa vuol dire, suo fratello? Non ho visto né parlato con nessuno. Non sono stata presentata a nessuno”. Era il mio primo incontro con la maniera saudita di condurre qualsiasi rapporto tra un uomo e una donna. Niente scambio di saluti, nessuna parola detta, nemmeno uno sguardo, perchè eravamo in un luogo pubblico. Ho cercato di nascondere la mia confusione e, devo confessare, il mio imbarazzo. Improvvisamente mi sono scoperta tanto diversa, tanto ignorante in merito ai modi tradizionali. Ero proprio un pesce fuor d’acqua. Poco dopo mi sono resa conto di essere anche una specie di animale dello zoo in mostra, quando le donne conservatrici (parenti e vicine) hanno cominciato a venire a vedermi, visitarmi, osservarmi come un “oggetto” di curiosità strano e mai visto prima. A quei tempi una donna occidentale in una famiglia saudita era rara come una perla nera.

taraummomarsignature1

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Published by

Tara Umm Omar

American married to a Saudi.

3 thoughts on “Elsa Franco Al-Ghaslan: Olden Days In Saudi Arabia (Italian Translation)”

  1. Gentile Elsa, mi pare di capire che lei è italiana! Sono contenta lei abbia apprezzato la mia mia traduzione. Il racconto del suo arrivo in Arabia Saudita è avvincente. Conosce altre italiane sposate felicemente con uomini sauditi? O che hanno comunque avuto esperienze matrimoniali con sauditi? Tara è alla ricerca di storie da raccontare per il suo blog. Potrebbe anche scrivere storie di cui è a conoscenza in italiano, se per lei fosse più comodo. Grazie, auguri di ogni bene e cordiali saluti. A.P.

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